GRAMPI NEL
FONDO
di Matteo Meschiari

Grampo:
Grampus griseus (Cuvier 1812),
sottordine
degli Odontoceti.
Delfinide dai
3,5 ai 4,3 m di lunghezza,
300-400 kg di
peso,
livrea grigio
acciaio
dalle
inconfondibili graffiature bianche
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Le nubi si
torcevano vive, come schiuma in volo
bianche,
contro un cielo d’abisso, nel vento del largo.
La spiaggia di
piccoli sassi, grigi e rotondi, era curva, laggiù
piegava e si
induriva nel promontorio, tuono della scogliera.
Nel mio occhio
bagnato giravi come un granello di luce
lontanissimo
ancora, rosa come papilla di madrepora
che pulsa e si
ritrae per il respiro vago del calcare.
Poi sei
cresciuto, ti sei fatto ragazzo, e raccoglievi
chinandoti
conchiglie che non volevi conservare.
Le lanciavi
nell’oceano-tempo come un’altra domanda
e l’undicesima
onda te la rendeva, ma tu eri già andato via.
Così ti
avvicinavi, ignaro di me, del mio occhio bagnato
che non poteva
non vederti, non poteva fare un ultimo buio
abbassando la
notte della palpebra suoi tuoi passi svogliati.
Solo adesso mi
scorgi, ma ancora non capisci, guardi
ma non vedi,
perché nelle pagine di mare della tua testa bionda
non c’è niente
di simile a me, niente se non tronchi
graffiati,
incrostati, fradici di mille e una notte di oceano.
E poi il mio
colore non si distingue dai sassi della spiaggia:
grigio
ardesia, grigio acciaio, e candide venature di quarzo
che disegnano
geroglifici strani sulla mia pelle invecchiata.
Ti avvicini, e
finalmente vedi le pinne, sbocconcellate dal tempo
dalle
conchiglie dei giorni, e cerchi l’occhio, allo spigolo della
bocca
ed eccolo lì,
eccomi, sono io, spiaggiato senza speranza
un grampo
venuto dal fondo per scombinarti lo stomaco.
2
Guardami. Fa
scivolare le dita sui miei contorni di gomma.
C’è la pinna
dorsale, come l’onda che disegnavi da bambino,
il morbido
declivio della schiena, fino al salto della testa.
Vedi? Non sono
un flessuoso delfino, non c’è traccia di rostro
la fronte cade
a picco sul labbro, leggermente infossata
e quattordici
denti, quattordici, uscivano dalla mandibola sfuggente.
Sono tozzo,
pesante, più timido e riflessivo degli altri
ma ho avuto
anch’io i miei giochi, le mie lotte nell’acqua
lontano dalle
coste, dai bassifondi, dalle baie luccicanti come catini.
È tutto
scritto quassù, sui segni della mia fronte quasi bianca
sui fianchi
graffiati a giravolte, a nodi, a strisce parallele
come i disegni
al buio di uno stecco incandescente
come fossili
di idrogeno sulla lastra notturna del cielo.
Inutile
provare a leggerli, dovresti tornare sui banchi di scuola
ma di corallo,
questa volta, nelle aule blu, attraversate dalle correnti
a compitare su
pallottolieri di vertebre di balena
e a scrivere
nell’acqua con l’inchiostro dei calamari.
Ascolta me
piuttosto, se i cigolii e i fischi della mia gola
somigliano a
qualche lingua conosciuta, ascoltami
perché la mia
pelle si asciuga, e non mi resta più molto da respirare.
3
Sì, forse
capisci. Ti sei seduto a guardare, e se fischio o singhiozzo
in quest’aria
che comincia a bruciare, che mi secca la lingua
tu trasali,
spalanchi gli occhi, e in quei tuoi occhi io mi ci vedo
mi bagno
ancora per poco nel tuo azzurro stupore.
Forse capisci,
forse. Allora avvicinati alla mappa della mia pelle:
c’è il nero
delle scarpate, le faglie, le forre profonde come l’ardesia
e il gesso
bianco delle coste, delle linee di livello, delle correnti.
Là si
radunavano i calamari, qui stazionavano le orche
e a destra del
mio occhio, in quel lago di buio
nella calma
tropicale, io, proprio io, sono nato.
Piccoli pesci
mi solleticarono che ancora la placenta
non mi aveva
svestito, nell’abbraccio meno caldo dell’acqua
crepitavano
sulla mia pelle, lasciavano minuscole impronte di labbra
come zampe di
uccelli sulle spiagge del mio inizio.
Il sangue fu
diluito e disperso e nuvole di latte dolcissimo
passarono nel
mio palato, piovvero tiepide, provai gioia
liquida,
compatta, dal muso alla coda… ancora mia madre
ma già me
stesso, carne fasciata dalle acque, stretta dal vuoto.
Tutto era buio
e luce, freddo e tepore, compagnia e solitudine
ma qualcosa
per me diceva già alla mia coda di spingere.
Il liquido
salato mi succhiò in avanti, si richiuse, mi fermò
battei ancora
la coda e scivolai, e tutto scivolò via, e ritornò…
a colpi di
pinna per trentaquattro estati, da allora a ora, fino a qui.
Sono lo stesso
corpo, sono io, anche ora, dopo tutti quei mari
tutto è
scivolato via, e tutto è ritornato al suo momento:
mia madre ha
ritrovato la sua spiaggia, e io sono arrivato alla mia.
4
Guardami,
guarda. Questa cicatrice e questa sono state il primo squalo
e questa, così
vicina al naso, ha sfiatato il primo sangue versato.
Ma la mia vita
era all’inizio del cerchio, e non dovevo morire.
Cominciarono
invece le prime cacce, giù nelle fosse
sulle scarpate
sommerse dei continenti, nei pozzi
profumati di
calamari, dove andavamo a picco per mangiare.
Cantavamo, mia
madre ed io, e le seppie incantate si fermavano
a guardarci, e
noi le coglievamo così, staccandole dalla vita.
I monti e le
valli del mare erano buio e blu e canto
e le estati
passarono, migrando, come greggi di crill.
Gli squali,
una volta crescito, persero interesse al mio corpo
ma ecco le
reti, i palangresi, le tonnare, a setacciare e raccogliere
sostentando
vita e alimentando morte, per qualche idea che mi sfuggiva.
Alcuni di noi
ci finirono per sbaglio, e noi li lasciammo al loro buio
anche se da
lontano, negli strati dell’acqua, si udivano le loro grida.
Non potevamo
impazzire per loro, non potevamo salvarli
e allora via,
ad accettare altrove quel fardello di libertà
sapendo che
siamo ciò che siamo, che c’è sofferenza e apertura
effimero e
bellezza, diversità e movimento perpetuo.
Per fortuna i
calamari finivano, e noi ci spostavamo a pascoli nuovi
finalmente via
dalla condanna dell’immobile, dal laccio di un parallelo.
Salivamo a
Nord o calavamo a Sud negli oceani, nei mari piccoli
oscillavamo
come fusi tra i bassifondi delle coste e i timidi abissi
e in tutto
quel tessere graffi di ordine e libertà amai soprattutto il
caos.
L’ordine era
nel numero delle vertebre, le stesse da madre a figlio
era nelle
crescite del corallo, ma c’era anche il disordine che
sparpaglia
che sgretola
nella morte e ne alimenta altra, senza un perché.
C’era poco da
sapere: l’ordine è la matrice e il disordine è vita.
5
Mi ascolti,
ragazzo? Il sole scompare dietro la tua spalla dorata
e tu ti fai
ombra lentamente, le nuvole sono gialle e rosa nella laguna
e stelle…
appaiono già le prime stelle, quelle che mi hanno guidato
assieme al
sole, al sapore del sale, al calore delle correnti
ai rumori dei
fondali ignoti, che rimandavano l’eco dei nostri fischi.
Come tutto era
silenzio! Un silenzio necessario, crudo
annidato nel
boato della tempesta o nei canti notturni delle coste
ordine interno
e moti selvaggi, qualcosa di insopportabile per il tuo
mondo.
Allora il
controcanto delle vostre macchine ha assordato il mare
percuotete
anime di bronzo e corpi di bestie gonfiano intestini di
ferro
reti spezzano
cicli, interrompono senza perpetuare, e l’illusione
che vi aiuta
vi uccide… siete dominio, siete oppressione
trasformate la
caccia in qualcosa di osceno e furioso
il più feroce
tra noi è un cacciatore, il più mite tra voi è un guerriero…
voi, focolai
di sfinimento, voi, che non sapete più guarire
siete come un
branco di orche che fa cerchio attorno alle prede
un anello di
denti… ma le orche colpiscono e se ne vanno
mentre voi
imprigionate per consumare domani
autoesclusi
dal tutto, lontani troppo dalla danza crestata del caos.
I nostri
sistemi selvaggi, il vostro sistema di oltraggi
l’ordine
improprio dei vostri palamiti, la legge dei vostri arpioni
legno nelle
vostre mani, ferro nelle nostre carni. Il mare, sì
è affilato
come un dente, ma la sua vita selvaggia è per la vita
e col suo solo
esserci denuda i vostri sbagli. Allora guerra al mare
e tempeste
sonore sui morbidi discorsi delle specie…
6
Dove sei? Non
ti vedo. Le stelle sono fiorite come madrepore
riconosco in
loro la balena franca, la megattera, e là, piccolina
la fronte di
mia madre, tutte costellate di graffi e funghi e parassiti
sulla notte
delle loro pelli. Come splendono! E le terre selvagge
le grandi
pianure del mare, a perdita d’occhio, i grandi animali…
balene come
bisonti, capodogli come orsi, orche come lupi.
I globicefali
vanno a Nord come le renne, i delfini brucano immensi
i grampi
cercano la libertà, gli zifii sono soli… Dove sei?
Vedo la
spiaggia scura, vedo gente che accorre
con fuochi e
lame nei pugni…
Dove sei,
ragazzo? Sei ancora lì? Dove sei?
Loro si
avvicinano…
Mi hai
ascoltato? Hai sentito la mia storia?
Astieniti dal
primo colpo, allora, fallo per me
un grampo
venuto dal profondo
per ritornare
al tuo mare. |