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“Politically correct” |
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In questi ultimi tempi, a parole, ma anche sulla carta, i governi e le comunità internazionali stanno via via prendendo tutti posizione unanime in favore della conservazione dei cetacei, mostrando di aver ascoltato gli allarmati appelli degli ambientalisti e accettato nella sostanza le sapienti relazioni della comunità scientifica. È un fatto positivo: d’altronde, senza alcun dubbio, oggi la questione ecologica ha assunto tali dimensioni da coinvolgere la responsabilità di tutti, ma la tutela dei cetacei e del mare non può limitarsi all’assunzione di posizioni “politicamente corrette”. Ritrovandosi tutti d’accordo, non daremo vita ad un vero dibattito sul come agire concretamente e passare all’azione per cambiare le regole e le nostre abitudini. Per i cetacei le posizioni “politically correct” potrebbero infatti rivelarsi molto pericolose, come un insieme di regole spesso meramente formali, con pochi riscontri sostanziali. Certo è che il “politically correct”, cioè quell’atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale, ha svolto e continua a svolgere una funzione molto importante, ma per difendere i cetacei e il nostro mare, non basta più. Le buone maniere non ci dicono “dove andare”, ci insegnano solo “come andarci”. Ora occorre un’etica, non uno stereotipo culturale, altrimenti si corre il rischio di scivolare nella retorica della banalità, del “cliché” delle buone maniere o, forse peggio, della cultura del piagnisteo sulla sorte dei cetacei. E potremmo essere tutti accusati di ipocrisia. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti e la posta in gioco è molto alta. Sono necessari sforzi concordati, per stabilire i rispettivi doveri, gli impegni dei singoli, dei popoli, degli Stati e della comunità internazionale. E' necessario comprendere il senso delle proprie responsabilità nei confronti del nostro bene comune e ritrovare il senso delle parole. Quando parliamo di “spiaggiamento” di cetacei, dando quasi l’idea di una balena sotto l’ombrellone, ci riferiamo molto spesso ad animali feriti a morte, lacerati dal dolore all’apparato uditivo o investiti in velocità da navi di alcune centinaia di migliaia di tonnellate di ferro, o morti, triturati e affettati dalle eliche taglienti delle navi che, molto semplicemente, potrebbero almeno ridurre la velocità nelle aree protette e prestare maggior attenzione. Q uando parliamo di “presa accidentale,” ci riferiamo a un cetaceo finito nelle chilometriche reti dei pescatori, ad un animale che è morto per annegamento, disperatamente impigliato, soffocato e separato per sempre dal gruppo e dai sui piccoli.
Ora è il momento di evolvere il “politicamente corretto” all’”umanamente corretto”, per salvare il mare e tutte le balene, insieme all’uomo.
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